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Il disegnatore di incubi

17 giugno 2009

Il massacro di Pontevivo, la Uno Bianca, il rapimento Dozier.

Giovanni Rossi, l’ultimo artista dell’identikit, ha ricostruito in 30 anni, con 12 matite, i volti di killer e stupratori.

Un mestiere che sta morendo, spazzato via da computer che non sanno «estrarre i ricordi dalla paura e dalle lacrime»

Baffi, lentezza di gesti e temperamatite. È il numero uno in italia e rischia di diventare l’ultimo. Da trent’anni disegna l’identikit dei sospetti. Estrae ricordi dalla paura dei testimoni e dalle lacrime delle vittime. Trasforma quei ricordi in un racconto. Disegna sopracciglia, occhi, naso, boca, «che poi sarebbe l’anima di un uomo, la sua impronta». Cancella. Corregge. Ricomincia, «anche per dieci ore di fila». Fino a quando il racconto del testimone diventa un volto. È il volto la prima luce di una storia nere, nerissima, come certe che fanno parte del suo archivio personale, il massacro di Pontevico, con Manolo e i suoi coplici in fuga; o i volti dei brigatisti che a Padova rapirono il generale ameriidentikit giovanno rossicano James Lee Dozier: o il mistero della Uno Bianca, con la sua scia di sangue e di rapine; o i lampi inspiegabili di Unabomber.

Nel suo genere Giovanni Rossi – ispettore capo della Polizia scientifica, di Milano, 53 anni, bergamasco – è un mago perchè fa comparire quello che a occhio nudo non si vede: i ricordi di un testimone. E per farlo usa un astuccio con dodici matite Derwent Graphic, una gomma morbida, fogli bianchi non lisci, molte parole, un infinita pazienza. Come uno psicanalista quando dal labirinto dei sogni sognati dal paziente intercetta una direzione e una via di uscita.

Da una dozzina di anni il suo lavora manuale è assediato dal fotokit dei computer che all’inizio sembravano l’uovo di Colombo, e invece funzionano meno di quanto si creda: migliaia di occhi, nasi, bocche archiviate in campioni infiniti, da scegliere in base alle approssimazioni del ricordo. Troppi per non generare incertezze, poi dubbi e infine confusione. Spiega Giovanni Rossi: «Talvolta il ricordo di una faccia funziona come un brutto sogno, ti lascia nella memoria lo spavento, ma non i dettagli. E se provi a ricostruire quello spavento con tanti pezzi di fotografie, alla fine salterà fuori un volto incomprensibile: cubista. Magari suggestivo ma inutilizzabile».

E poi: «sostituire tutti i disegnatori con i computer è un errore, significa rinunciare all’elemento umano dell’investigazione, all’istinto, all’intuizione».

Giovanni Rossi racconta come sono cominciate le sue investigazioni di carta. «In realtà da ragazzo mi piaceva disegnare i paesaggi. A scuola ogni tanto il prof mi chiamava alla lavagna e diceva: Rossi, disegnaci un paesaggio, così i tuoi compagni si calmano. Un giorno ho visto i ritratti dipinti da Giovanni Battista Moroni e Andrea Appiani e ho comiciato a studiarli. Mi affascinavano la tecnica, mi perdevo nelle infinite colline del viso, e nell’acqua degli occhi e in quella luce che alla fine diventava l’anima del volto». (…)

Dopo la lavagna, l’Accademia di Brera. Dopo Brera, il servizio militare in Polizia, anno 1973, e poi la ferma. «Siccome sapevo disegnare mi fecero fare il corso a Roma. Eravamo una ventina. C’era un tale maresciallo De Gregorio, di Bologna, che era un fuoriclasse. Ci insegnò che fare l’identikit era uno scambio di emozioni fra te e il testimone. Emozioni che si fissano in un rapporto di fiducia e solo dopo in un volto». (…) Racconta: «Più di una volta mi è capitato nei casi di stupro, che le ragazze violentate non ricordassero quasi nulla per giorni, per settimane. Perchè il danno è enorme. La violazione è intima. La ferita brucia e c’è almeno una parte del cervello che per autodifesa riesce a seppellirla in profondità». Racconta: che una volta una donna impiegò un mese a rimettere a fuoco il volto di chi l’aveva assalita, riaprendo il flusso dei ricordi. «Lavorammo un intero pomeriggio. Quando le feci vedere il disegno si emozionò talmente che le vennero le convulsioni, si mise a piangere, mi disse: è lui».

Probabile che di fronte ai freddi labirinti di un Computer quel percorso di autoanalisi non si sarerbbe mai avviato. E il volto dello stupratore non sarebbe più riemerso, magari fino alla vittima successiva. «Quando ti dicono sì, è proprio lui, sento un grande senso di liberazione, come quando riemergi da una immersione, hai preso il sasso bianco che volevi, e finalmente ti riempi i polmoni di ossigeno». (…).

Quando lui ha cominciato quasi ogni questura aveva il suo disegnatore. Oggi ne sono rimasti tre o quattro in tutta Italia. Non è sola colpa del fotokit. Ma è anche merito delle migliaia di telecamere che registrano milioni di volti e gesti dentro i negozi, le banche, le strade, memorizzando la vita e la violenza, i vivi e i morti, l’infinità degli innocenti in transito e il passo veloce dei colpevoli in fuga.

NOTE

Articolo di Pino Corrias – foto di Massimo Di Nonno

Estratto da Vanity Fair n.23 del 10 giugno 2009.

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